AGOSTINO CAZZAMALLI, CLASSE 1915, RACCONTA LA SUA STORIA

Ho una colpa, anche se involontaria, da farmi perdonare.
Per questo mi sono recata in via Antonio da Pandino al numero 5. Mi è stato segnalato che un amico, reduce dell’ultimo conflitto, ha guardato e riguardato il mio libro “Ricordi di guerra e di prigionia”, con la speranza di trovarvi il suo nome. Invano! Il suo nome non c’era proprio. Ho sempre temuto di aver potuto dimenticare qualcuno. E così è successo, purtroppo. Per questo sono andata a trovare il signor Agostino Cazzamalli, che, finalmente, ha avuto la possibilità di narrarmi la sua storia. Quando mi dice che negli anni tra il ’40 e il ’45 abitava a Torlino, mi spiego la dimenticanza. Certamente era poco conosciuto, anche se vive a Pandino da ormai 37 anni.
Ora passa le sue giornate in solitudine, dopo che Annunciata, la compagna della sua vita, è scomparsa, quattro mesi fa, ed egli ne sente moltissimo la mancanza. Ad Agostino, ormai, non resta che aspettare la sera, quando ritornano a casa i due figli che lavorano in città. E’ un po’ malfermo sulle gambe e si sente più sicuro se si appoggia al bastone, ma è lucidissimo ed ha una memoria splendida, ricorda tutto di quei cinque anni tremendi. Mi auguro che i protagonisti del mio libro, più in gamba di lui, passino qualche volta a trovarlo, per ricordare insieme quei momenti lontani.
Agostino è stato richiamato nel dicembre del 1940. Fu assegnato ad un reggimento di fanteria e mandato a Valona, in Albania. “Poca guerra”, mi dice,” quasi subito siamo stati presi prigionieri dal greci: sono stati i tedeschi a liberarci.”
Subito dopo viene mandato per una licenza in Italia e, alla scadenza, è aggregato alla Divisione ‘Murge’, e spedito in Jugoslavia, a Monstar, in salmeria, cioè in un reparto che aveva a che fare coi muli, preziosi in una guerra tra le montagne. Si faceva una vita abbastanza tranquilla, fino alla notte in cui un allarme improvviso li costrinse tutti ad una partenza immediata.
“Noi, coi muli,” racconta Agostino, “avemmo un po’ più da fare. I muli sono testardi e, dovendoli preparare coi loro carichi sulla schiena, perdemmo un po’ di tempo. Dovevamo raggiungere la stazione ferroviaria, dove ci attendeva una tradotta. Ma qui arrivati il treno non c’era più. Dieci minuti prima, in un attacco violento e ben organizzato, i partigiani titini avevano distrutto il convoglio facendo precipitare i vagoni, già carichi di militari, nel fiume sottostante. Ci furono molti morti e moltissimi feriti. Noi ci eravamo salvati per miracolo, dato che i muli avevano fatto i capricci.”
Siano benedetti i muli, mi vien fatto di esclamare.
I sopravissuti furono spostati in Dalmazia a presidiare i punti strategici.
“Ma tutto intorno a noi, sulle montagne, stavano i titini e noi eravamo sempre sotto tiro”, assicura Agostino. “Quando poi giunse l’8 settembre 1943, essi scesero dai monti, ci circondarono e ci disarmarono. Noi siamo riusciti a darci alla macchia e raggiungemmo il confine italiano con la speranza di tornare a casa, dato che era stato firmato l’armistizio da Badoglio. Ma a Fiume ci aspettavano i tedeschi, che ci fecero una proposta: o venite ad arruolarvi nel nostro esercito, o vi deportiamo in Germania. Ci siamo arresi tutti, nessuno voleva più fare la guerra”.
Ad Agostino toccò un campo di prigionia a Berlino. “Si lavorava tutto il giorno per rimuovere le macerie dei palazzi bombardati. Berlino era una città distrutta. La gente viveva tutta nei rifugi”. Dopo qualche mese Agostino passò tra i lavoratori civili e fu messo in una fabbrica di frigoriferi, la AEG. Fu assegnato ad un lavoro leggero, era più libero, aveva qualche soldo in tasca, mangiava un po’ meglio e vestiva abiti borghesi. Alla domenica andava a vedere le partite di calcio.
Ma nei primi mesi del ’45 lo stabilimento venne distrutto dalla bombe. Agostino e i suoi amici si trovarono allo sbando, nessuno comandava, nessuno li cercava. Si erano costruiti una specie di piccolo accampamento in mezzo ai boschi e si arrangiavano come potevano, cercando patate sotto le macerie e attendendo l’arrivo dei russi, che non potevano tardare.
A metà aprile del ’45 essi arrivarono, li raccolsero a seconda della loro nazionalità e poi li misero sopra una tradotta che scendeva verso il sud. Ma il treno non varcò il confine italiano, proseguì per la Polonia e qui si fermò. Gli italiani si sistemarono in un villaggio deserto, i russi fornivano viveri in natura, loro se li cucinavano all’italiana, sempre aspettando che venisse il momento per tornare a casa. Passò così tutta l’estate, poi giunse una tradotta che, tra varie avventure, si mise in viaggio, finalmente verso l’Italia.
Era il 1° ottobre del 1945, quando, finalmente, dopo soste, guasti, fuga di macchinisti, riparazioni approssimative e tentativi vari, il nostro amico arrivò a Treviglio. Qui gli prestarono una bicicletta e raggiunse la sua cascina in quel di Torlino. La guerra era finita da cinque mesi, a casa lo piangevano come morto, ma tutto era finalmente terminato.
“Che il Signore di guerre non ce ne mandi più! Che ci sia la pace, finalmente, nel mondo”.
Ecco, caro signor Agostino, questa sua storia don Cesare la pubblicherà su “Collegamento” ed entrerà in tutte le case. Ci sarà molta gente che la leggerà, molta di più, forse, che se fosse stata inserita nel libro. Mi perdona la dimenticanza? Spero proprio di sì e le faccio tanti auguri e complimenti!

Marmilia Galasi