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CHISSA' CHE SIA UNA SORPRESA!
Spero di riuscire a inserire, quasi a
tradimento, questo articolo nel numero pasquale di “Collegamento”. L’ho
messo insieme di nascosto, cercando notizie qua e là.
Sarebbe proprio necessario pubblicarlo, dato che don Cesare, tra qualche
settimana, ed esattamente il 7 maggio, festeggerà (spero che ne abbia il
desiderio) l’inizio del quinto anno della sua permanenza tra noi.
Dopo quattro anni anche noi sappiamo qualcosa di più sul nostro Parroco.
Intanto parliamo del suo nome: Cesare. Un nome un po’ d’altri tempi, con
nessun santo in paradiso come protettore. Un nome da condottiero romano,
che fa pensare al grande Giulio Cesare. Tanto più che il “nostro” don
Cesare è nato il 15 di marzo, o, come egli ama dire, alle “idi di marzo”,
giorno in cui il condottiero romano venne ucciso da Bruto, il figlio
adottivo.
Più “Cesare” di così il nostro Parroco non poteva essere! E poi guardiamo
il suo carattere: battagliero al massimo! Insomma, non poteva che
chiamarsi “Cesare”!
Ma un giorno sono venuta a sapere che quel nome non gli fu dato per
ricordare il grande condottiero romano, che combatté e sconfisse nemici e
barbari per far grande Roma. Molto più teneramente i suoi genitori,
Cecilia e Angelo Nisoli, vollero ricordare un Sacerdote che fu loro molto
caro. Fu lui ad unirli in matrimonio a Brignano nel lontano 1947. Anzi, il
loro fu l’ultimo matrimonio che egli celebrò, poiché morì poco dopo. In
segno di riconoscenza e affetto i due giovani genitori vollero dare il suo
nome al figlio primogenito. Ecco perché abbiamo un don Cesare.
Ma come è nata la sua vocazione? Non potendo parlare direttamente con lui,
per via della sorpresa che intendo fargli, ho provato ad indagare
sull’atmosfera che impregnava la famiglia Nisoli quando don Cesare era un
ragazzino e ho saputo della lunga serie di sacerdoti e suore, anche
missionarie, che, in famiglia, lo hanno preceduto o seguito. Fin dalla
nascita il piccolo Cesare deve, quindi, aver respirato un’aria speciale!
Ma torniamo al don Cesare pandinese di oggi. Egli è giunto, ormai, quasi
alla metà del suo cammino di Parroco in mezzo alla nostra gente, dato che
ora ci sono disposizioni precise sulla permanenza a capo di una
parrocchia: non si dovrebbe, infatti, superare i nove anni. Ed è un
peccato, perché la continuità di un servizio sacerdotale nello stesso
paese è sempre fruttuosa. Si stringono vincoli duraturi di affetto, si
consolidano relazioni di amicizia, ci si conosce meglio e riesce più
facile capire i problemi reciproci e darsi una mano per risolverli.
Ad ogni nuovo parroco che arriva c’è, in genere, fra i parrocchiani, il
ricordo profondo di quello che se ne è andato e, da parte del nuovo
sacerdote, c’è senz’altro un rimpianto, un umanissimo rimpianto, per le
tante persone che è stato costretto a lasciare. Non sappiamo con esattezza
ciò che don Cesare ha provato partendo dalla parrocchia di san Sigismondo
a Cremona, ma possiamo immaginarlo. Lasciava una chiesa stupenda, ricca
d’arte e di storia. Era abituato a ricevere persone importanti e a fare da
guida a comitive che giungevano anche da molto lontano. E poi,
sicuramente, avrà lasciato amici, collaboratori, persone care.
Ma più ancora avrà sofferto nel dover abbandonare l’insegnamento in
Seminario. Un giorno raccontò: “Sono entrato in seminario ad undici anni.
Ne sono uscito a quarantasei!”
Il Seminario, nonostante la cucina lasciasse a desiderare, come ama dire
spesso ridendo, era la ‘sua’ casa. E l’insegnamento era la ‘sua’ vita.
Ancora oggi, dopo quattro anni che sta con noi, qualcuno gli rimprovera
(benevolmente, s’intende) di parlarci come era abituato a parlare ai suoi
studenti di teologia, anche se la nostra levatura intellettuale e la
nostra preparazione sono molto diverse!
Era abituato anche all’insegnamento all’Università Cattolica, prima presso
la sede di Milano, poi presso quella di Piacenza. Una volta confessò: “La
‘Cattolica’ mi manca molto ed ora, pur essendo a due passi, o quasi, da
Milano, mi sarà impossibile riprendere le lezioni. La parrocchia di
Pandino è troppo impegnativa”.
Il giorno del suo arrivo a Pandino, quel 7 maggio dell’anno 2000, era
ancora vivissimo tra noi il ricordo di don Gino, scomparso così
tragicamente. Avevamo sofferto troppo quel 23 novembre del ’99, quando un
furgone impazzito lo investì sulla “Paullese”, dove si era fermato perché
aveva la macchina in panne. E poi c’era stato quel venerdì, 17 dicembre,
quando egli se ne andò, in silenzio, dopo ventiquattro giorni di coma,
lasciando un intero paese in lacrime. Come si poteva non pensare a lui,
quel giorno, quando don Cesare venne tra noi? Forse il nostro nuovo
Parroco ha sentito nell’atmosfera di quella giornata che, tra noi e lui,
c’era ancora, palpabile, la presenza del suo predecessore. Forse ne avrà
pure sofferto. E noi anche di questo dovremmo, ora, chiedergli scusa.
Don Cesare è arrivato tra noi, giovane, aveva cinquantadue anni, colto,
dal carattere serio, quasi scontroso. E aveva i capelli neri! Ora si sono
imbiancati, proprio per benino. E lui dice spesso scherzando: “Ecco, cosa
mi ha fatto Pandino! Mi ha fatto diventare i capelli bianchi!”.
Noi ci mettemmo un po’ di tempo per conoscerlo: eravamo tutti lì, tesi per
studiarlo, per cercare di capirlo, per vederlo sorridere almeno di tanto
in tanto.
Forse sono stati anni difficili anche per lui, abituato a vivere
nell’ambiente “protetto” del Seminario, parlando di cose importanti,
sempre immerso nei libri, sempre richiesto per conferenze e incontri
culturali. Ricordiamo tutti una sua frase ricorrente: “Da quando sono a
Pandino, non ho più il tempo per leggere. E mi costa molto”. E’ il suo
grande cruccio.
Per noi questi quattro anni sono stati un tentativo, direi riuscito, di
farci conoscere da lui, con le nostre debolezze di piccolo paese, dove si
sa sempre tutto di tutti, o quasi. Un’atmosfera diversa da quella di
città. Un’atmosfera un po’ pettegola, forse, ma più ricca di buoni
sentimenti e di amicizia, dove si soffre o ci si rallegra per ogni cosa
che capita all’altro. Non c’è indifferenza, c’è sempre partecipazione.
Ora don Cesare ride più spesso, con quella sua risata sonora e
coinvolgente; fa battute che mettono allegria, è un po’ più tollerante e …
perde la pazienza un po’ meno spesso! Insomma, sta proprio diventando il
“nostro” Parroco e speriamo che gli piaccia. Adesso, ogni volta che dice,
con un sorriso malizioso: “Ho fatto domanda di trasferimento …”, sappiamo
che lo dice solo per scherzo.
Pensiamo proprio che si stia affezionando a Pandino.
Sbagliamo, forse, don Cesare? Comunque, auguri! E grazie!
All’ ultimo momento don Cesare ha scoperto questo scritto, che doveva
essere una sorpresa per lui e ha insistito perché non venisse pubblicato.
Ma, io ho insistito ancor di più perché venisse pubblicato. E così, ecco
presentato ai pandinesi un don Cesare vero e reale coi suoi pregi e…. i
suoi difetti!
Comunque auguri, signor Parroco, con tutto il cuore! E non se la prenda!
g.
Postilla
In un certo senso è davvero una sorpresa, perché si tratta di un articolo
non richiesto e non previsto, che la signora Galasi ha scritto di sua
iniziativa e ha ‘preteso’ che venisse pubblicato. Molti sanno come non sia
facile resistere alle sue richieste. E così, per la sua insistenza, per la
gratitudine che le si deve in ragione della sua instancabile
collaborazione al nostro giornale parrocchiale e… per il fatto che molto
di quanto scrive non è lontano dal vero, ho ceduto.
Don Cesare
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